Naturalmente Festival Montefiore
La 3^ edizione del Naturalmente Festival animerà MONTEFIORE CONCA, palcoscenico ideale per spettacoli, teatro, musica e concerti di artisti di fama internazionale.
Ma lo scopo principale di questo evento rimane la valorizzazione delle risorse ambientali, paesaggistiche e culturali. Rivalutare l’antico e il vecchio nella visione del “nuovo”: in maniera semplice ed educativa.
Ma lo scopo principale di questo evento rimane ed è la valorizzazione delle risorse ambientali, paesaggistiche e culturali. Rivalutare l’antico e il vecchio nella visione del “nuovo”: in maniera semplice ed educativa. Mediante l’organizzazione di attività di aggregazione sociale ci siamo prefissati il dinamico rilancio culturale nell’ottica di vita ecocompatibile.
Inoltre di fondamentale importanza saranno la fiera del naturale, del benessere, della salute, della ristorazione, del biologico e dell’editoria. L’iniziativa offrirà un’ampia scelta alternativa di prodotti, cibi e bevande per uno stile di vita più in armonia con l’uomo e l’ambiente del quale facciamo parte. Inoltre per tutta la durata del festival ogni giorno, dalla mattina, le varie
associazioni e scuole olistiche presenti proporranno attività che vivacizzeranno il programma con esercizi, massaggi e tecniche per la salute, per il rilassamento e il benessere psicofisico creando un’atmosfera serena priva di frenesia. Saranno utilizzati massimamente attrezzature e beni ad alta bio-degradabilità e/o possibile riciclaggio riconducendoci così in maniera semplice al rispetto della natura. Oltre alla sensibilizzazione per il rispetto della natura il Naturalmente Festival porta la solidarietà alle vittime colpite dalle crisi umanitarie, dai conflitti causati dall’uomo e dalle catastrofi naturali, specie tra la popolazione civile e i suoi gruppi più vulnerabili, per alleviare le sofferenze umane. Il moltiplicarsi delle aree di crisi nel mondo durante l’ultimo decennio richiede riflessione e impegno concreto di tutti i cittadini europei. Immagini di conflitti e di catastrofi riempiono ogni settimana gli schermi dei nostri televisori e le prime pagine dei nostri giornali. E’ nostro preciso compito creare una rete che ha il compito di alleviare le sofferenze umane che ne conseguono. L’obiettivo è quello di far arrivare gli aiuti a chi ne ha bisogno il più presto possibile, senza distinzioni di razza, religione o convinzioni politiche, e indipendentemente dal fatto che la crisi sia determinata da un conflitto provocato dall’uomo o da una catastrofe naturale.
Un uomo gioca la sua felicità sull’appagamento delle personali esigenze e misura la realizzazione di sé con quanto di valido vede presente nella propria esistenza. È di qui che le parole esistenza e valore acquistano importanza fino a reclamare, in una vita che voglia esprimersi al meglio, contenuti specifici qualificati e impegno operativo per le relative realizzazioni progettuali.
Sono state queste semplici e, in qualche modo banali, considerazioni a suggerire il titolo di questo festival, ed ancor più la tematica di questo suo terzo evento. Non c’ è alcuna ambizione, ma solo il desiderio, di dare una risposta ad un interrogativo che è esistenziale, personale e sociale perché coinvolge l’antropologia e la sociologia, cioè la concezione stessa di uomo e di società: la fraternità è una esigenza o un valore?
Si tratta di un interrogativo la cui risposta è fondamentale. Qualora emergesse che la fraternità è una esigenza, questa dovrebbe poter trovare appagamento anche se sommersa dalle contrarie manifestazioni sociali, e quindi va difesa e recuperata, se è un valore, va ricercata e diffusa.
Il metodo seguito nella ricerca della risposta al quesito posto è assai semplice: chiariti i termini per evitare mistificazioni, indagare nelle varie civiltà ( classica, medioevali, moderne, telematiche), religioni (ebrea, mussulmana, buddista, indù o posizioni agnostiche), situazioni sociali ( imprenditoria, magistratura, ricerca scientifica), in vari mondi ( del lavoro, dello sport, della famiglia, dell’arte,del teatro e della musica), attraverso interviste, riflessioni, testimonianze, brevi studi, contributi vari.
Le fonti di cui ci serviamo sono le più varie in ordine ad impegno sociale, sensibilità spirituale e specificità delle scelte. Gli elementi acquisiti dai vari contributi artistici rimarranno sempre dati , mai misurabili con le leggi dei grandi numeri o con eventuali possibili statistiche. Ciò non toglie, però, che essi, in ogni caso, hanno un loro specifico significato e valore. Il poco è il principio del molto e costituisce un «già» a cui fa riscontro un «non ancora» destinato a ridimensionarsi mano mano che cresce «il già» per l’aggiunta anche di una sola unità.
È proprio questo concetto la chiave di lettura del NaturalMente Festival e la motivazione della sua scelta.
«Conoscere per essere», non «essere per conoscere», come la logica suggerirebbe. «Essere» qui ha il significato di scelte comportamentali, modo di pensare, giudicare, agire, il che, necessariamente, prevede e richiede un precedente conoscere. Il Festival vuole dunque essere momento di svago ma anche di arricchimento culturale, offrire delle conoscenze in tema di fraternità; e mostrare (non dimostrare), che «il pianeta fraternità esiste», che la fraternità si radica nel codice genetico spirituale di ogni uomo. Il parlarne, allora, non costituisce un assurdo storico o logico, ma un diritto-dovere.
Al «conoscere» deve seguire l’ «essere», cioè un agire, che anche se povero e umile costituisce un contributo per la costruzione di un “mondo altro”, un mondo più fraterno. È un agire che forma e fonda a soddisfazione realizzante di avere un peso nella vita sociale e, ancor più, di poter sperimentare la prima forma di auto-gratificazione, quella della coerenza della vita o quanto si è conosciuto. Non c’è analisi sociologica che trascuri di parlare di “crisi dei valori” o di “valori in crisi”. La denuncia è sicuramente fondata, non tanto per la difficoltà a discernere ciò che veramente vale (complici i messaggi massmediali), quanto ancor più per la facilità a giudicare valore qualcosa che di questo nome sicuramente degno non è. E quindi il concetto stesso di valore ad essere in crisi e, con questo, la capacità di individuarne e gustarne il sapore, e, conseguentemente, di stabilirne la autenticità, di vivere la libertà ed anche la fiducia nel discernimento, di avere la forza della coerenza all’adesione, e il coraggio per difenderne la validità. Ed è di tutto questo che la crisi in atto chiede sanatoria. I valori sono presenti o assenti, a grappoli, così come i vizi e le virtù, uno tira l’altro nella crescita o nella dissoluzione: farne naufragare uno significa affogarne molti.
Ogni cultura, di fatto, assume, come tali, alcuni valori che vengono a costituire il sottofondo comune delle varie sue espressioni e attorno a cui, anche se a volte non se ne ha la percezione, gravitano e si coagulano soluzioni e istituzioni. Nei regimi totalitari questo fenomeno è evidente; la dove c’è stato il crollo delle ideologie vi è stata anche l’eliminazione di falsi valori -ed è stata cosa buona -, ma nella maggior parte dei casi è mancata forza e capacità per una loro adeguata sostituzione, e al vuoto conseguente, si è associato lo smarrimento.
Occorre, quindi, recuperare, certamente, i valori smarriti, ma ancor più, e forse ancor prima, la fiducia nella capacità della loro individuazione e dell’altrui accoglienza. Operazione, non facile, anche se, ovviamente, non impossibile: ad ogni proposta di valori si contrappone spesso non una proposta, ma una realtà consolidata di disvalore: (generosità/ egoismo, carità/violenza, pace/aggressività ecc..): la derisione nei tentativi precede l’eventuale fallimento.
A ciò va aggiunto che la definizione di valore non è univoca: giacche esso, infatti, presuppone sempre un modello di uomo cui fa riferimento, il che conferisce al valore stesso il carattere della relatività.
Quando un valore sfugge alla relatività, emerge dal “vuoto”, vince la sfida del tempo, supera il crollo delle ideologie e i capovolgimenti sociali e politici, allora si riveste di autenticità indiscussa ed acquista la pretesa di essere accolto, vissuto, diffuso.
Questi aspetti ha considerato l’ASSOCIAZIONE P.I.M.A.I. nel momento in cui ha deciso di dare vita a questo festival.,creare una aggregazione sociale,comunicare con l’arte,ogni tipo di arte,è una visione, questa, che permette una lettura sapienzale, cioè saporosa (che ne coglie il sapore, il significato) della vita perché mostra che ciascuno è parte di un eterno progetto universale, così come ogni figlio, in una famiglia umana, ha il suo posto e vive il proprio ruolo.
E’ una visione che si fa proposta, per alcuni solo culturale per altri anche formativa.
È una visione che non ne esclude altre, per esempio quella che i partecipanti al festival vorranno presentarci, intervenendo ai nostri dibattiti ,alle nostre conferenze,alle nostre meditazioni . In ogni caso è la visione di un valore che chiede anche di essere accolto, vissuto, diffuso:
il valore presentato si è fatto esigenza.
Una altro tema che verrà sviluppato al NaturalMente Festival è il rapporto tra “la musica e la natura” Si è diffusa nell’imminenza del nuovo millennio la ‘moda’ della new age, quale ritorno alle origini della vita, all’infanzia del mondo, all’innocenza, alla semplicità, alle atmosfere morbide, luminose e traslucide, dai colori tenui; e all’opera musicale, nelle sue varie manifestazioni, più antiche o più moderne, viene richiesto un compito funzionale a questa moda.La musica è così intesa quale veicolo privilegiato per entrare nell’armonia dell’essere, attraverso una sorta di panismo, immersione totale nella vita delle cose, dove l’io si dissolve, dimentico di sé e degli altri perché diviene pura forma, colore, suono e vive inconsapevole quell’armonia che governa le cose e che è nascosta nel continuo trascolorare delle forme, segno della perenne e sempre nuova azione creatrice di un Dio.In questo nuovo concepire l’arte, e la musica in particolare, la nuova tendenza socio-culturale chiede alla tecnologica musicale una rivisitazione di tutto il patrimonio musicale, da riproporsi con nuova veste: sinfonie di Beethoven immerse in suoni di acque di ruscello, accarezzate da brezze primaverili, ‘infarcite’ di trilli e gorgheggi canori in un tripudio gioioso per la avvenuta scoperta della vita intima della natura! Ma è poi vero che la ‘Pastorale’ del compositore di Bonn vuole imitare una vita di boschi e suggerire immagini di vita campestre tra temporali, ‘liete brigate di campagnoli’, e ‘scena al ruscello’? Considerata questa sinfonia – del 1808 - come capostipite di una lunga serie di musica ‘a programma’ praticata un po’ da tutti gli artisti tra ottocento e novecento, porta tuttavia con sé il preciso e opportuno avvertimento dello stesso compositore che si tratta “più di sentimenti che di pittura e di suoni”, lasciando all’ascoltatore il compito “di stabilire a suo piacere le singole situazioni suggerite dalla musica”. Nelle parole dell’artista – come ha osservato autorevolmente anche Arnold Schönberg - vi è la consapevolezza che solo sul gradino più basso l’arte è semplice imitazione della natura, per diventare ben presto imitazione della natura nel senso più ampio di questo concetto (e cioè imitazione non solo della natura esteriore, ma anche di quella interiore). Essa, rappresentando le cose o le cause che provocano un’impressione, ne rappresenta e ne rivela l’impressione stessa, magari senza riguardo alle sue cause, al dove e al come; e l’induzione all’oggetto originario ha forse, in questo stadio, solo un importanza secondaria, data la sua scarsa immediatezza.
Ad un livello ancor più alto l’arte si occupa solo dello stato interiore, dove le impressioni sono tra loro associate a creare una realtà nuova che l’artista si sforza di esprimere con un linguaggio che nulla possiede di naturale, perché è un fare-apparire in un materiale eterogeneo rispetto al rappresentato: la pietra per un corpo, il suono per un sentimento, un colore per un’impressione. Ed è proprio nell’ambito di questo convincimento che Pablo Picasso poteva ben dire che l’arte è la ‘menzogna, che ci permette di conoscere la verità. Quando mai il vento nello scuotere un canneto ci ha donato una melodia? Quando mai il David di Bernini è il David che uccide Golia: l’artista nella pietra ha fissato piuttosto l’azione, quasi una sorta di insegnamento a immaginare, oltrepassando i limiti del finito e del contingente e trasformando l’immaginazione in una realtà visibile, carica di significati diversi, allegorici, che vanno al di là di quell’individuo: piuttosto chiama a raccolta tutti gli individui. Ma se lo scultore lascia un’immagine ‘naturale’, anche se con essa non intende fissare un’evidenza iconografica, bensì il punto di arrivo di un processo di ricerca e di chiarificazione (idea che si fa corpo), il musicista non può lasciare alcuna immagine di tale tipo: si conduce piuttosto oltre il regno dell’esperienza per mostrare a colui che ascolta ciò che mai nella vita e nella natura è consentito vedere. L’artista è sempre un vate, colui che vede, e ai vati ci rivolgiamo sempre per comprendere il vissuto di un’epoca, pur noto nei suoi accadimenti, a loro ci rivolgiamo che dalla vita, dall’esperienza quotidiana, da ciò che muove gli animi, traggono i temi e la materia del loro fare. Ed essi si rivolgono a noi con la stessa immediatezza di convincimento come altrimenti è possibile solo all’esperienza. L’arte, e così la musica, non ci parla in modo istruttivo, ma attraverso forme concretamente intuibili, nuove perché non precostituite, evidenti perché tali da suscitare un immediato sentimento del valore, consistenti perché capaci di immetterci nella profondità dei conflitti della vita, attingendo finito e infinito, come mai nella vita ci è dato. Non si creda che il crescere e il maturare di questo sia un’illusione, anche se qui non si intende per arte quella che è prodotta per tendenza, che è voluta o addirittura commissionata: sarebbe arte che conserva valore per il tempo del suo consumo, per poi allontanarci. Il sentimento non illusorio nasce solo all’ascolto di una musica ‘poetica’, che è un fare dal profondo e dall’inconscio, che coglie l’universale, perché spoglia la cosa del contingente e dell’utile, elementi questi che, conformando la cosa, suscitano ansia e preoccupazione, facendo emergere la prepotenza egoistica dell’io. Con la musica ti accorgi, al contrario, del tutto e di tutti: nulla ti potrebbe allora restare estraneo e fatalmente sorridi alla vita, all’umanità, alla natura che ti appaiono nella loro verità, ricca ed inesauribile, al di là del loro apparire ai sensi. Un opera musicale siffatta, cioè autentica ed autonoma, non realizza mai un valore estetico avulso dal mondo e dalla società che inevitabilmente la generano (non essendo l’artista un asociale o un fantasma e trovandosi la musica nella società e nel mondo). Essa rappresenta piuttosto un valore che, in quanto tale, entra in conflitto con quella società e quella natura quali le concepisce l’uomo che vive esclusivamente alla ricerca di valori che si conformano solo di occasionalità, di finitezza, che sono privi di orizzonte, che non portano i segni della durata.
In questo senso l’opera musicale non è la semplice continuazione o imitazione della società e della natura con altri mezzi (le tecniche musicali), ma neppure società e natura diventano direttamente visibili in essa. La musica è dunque compresa dai soggetti per la scientificità commensurabile delle sue tecniche, pur restando autonoma, momento di superamento delle contraddizioni della vita, capacità di cogliere il nesso tra ciò che quotidianamente appare invece vicendevolmente escludersi. Non manca, addirittura, il tentativo di escludere dalla musica ogni legame con il vissuto e con la natura, quale si sperimenta nella musica elettronica. Laddove la musica con lungo processo di secoli ha costruito faticosamente ma solido un sistema, trasformando il rumore in suono, organizzando i suoni in linguaggio espressivo, la musica elettronica ha in un certo senso distrutto tutto ciò, mettendo in discussione quindi il concetto stesso di linguaggio musicale, perché il suono non è più inteso in relazione ad altri suoni: il suono è sentito come valore assoluto, pura fisicità, offerto in fruizione all’ascoltatore, che è chiamato - in luogo del compositore che non vuole, o non sa, decidere - a dare forma a quell’opera diventando un elemento essenziale per l’esistenza dell’opera stessa.
Teoricamente il gioco affascina, perché l’opera elettronica si presenta come una possibilità estrema, che non è data quando il brano musicale (è il caso della musica classica) viene offerto espressivamente compiuto e sistematico. Il tentativo di opera musicale elettronica – concediamolo – è una possibilità con infinite soluzioni, ma, purtroppo, senza soluzioni di sorta, perché è un’opera mai iniziata. Un primo passo da compiere dovrebbe consistere nell’investire i suoni di un qualche senso, almeno imitando l’evidente razionalità della natura, perché la musica, come ogni linguaggio, rappresenta sempre e solo una mediazione, come un incontro tra due trame, una culturale, l’altra naturale, che proprio nell’uomo trovano una significativa comprensione. Non sfugge, tuttavia, che è proprio la asserita non naturalità dei suoni musicali a generare il tentativo della musica elettronica, ricerca in espansione di nuovi linguaggi; tentativo naufragato, eppur legittimo. In conclusione, nell’opera musicale, compiuta e organicamente costruita, non può mai compiersi un semplice rispecchiamento di ciò che quotidianamente ci circonda, natura o società, perché altrimenti non avrebbe alcun senso il suo esistere; c’è piuttosto il compiersi di un processo di chiarificazione del significato di ogni cosa, del vissuto e del naturale, una forma di conoscenza non razionale, ma immediatamente intuitiva che crea legami, non fusioni, che distingue rispettando le differenze all’interno di un’unità, che solitamente sfugge alla conoscenza puramente sensoriale e razionale.
Per ultimo, prima di passare alla presentazione del programma, l’Associazione P.I.M.A.I. vuole
porre alcune considerazioni sull’ ECOLOGIA. Dell’ambiente come condizione essenziale di vita minacciata dal progresso tecnologico e dai consumi si parla, anche a sproposito, con sempre maggiore insistenza. Ed è giusto che sia così perché dai primi allarmi lanciati da pochi trenta anni fa alle recenti mobilitazioni di molti, a Seattle e altrove, è cresciuta dovunque la consapevolezza che il degrado dello spazio in cui si svolge e si conclude l’esistenza degli esseri viventi costituisce un pericolo reale per la nostra specie. Ma c’è ancora molta incertezza circa le conseguenze effettive delle mutazioni ambientali provocate dalla fame di benessere materiale che quote via via più consistenti della popolazione mondiale ormai possono soddisfare.Gli esperti sono divisi e l’opinione pubblica è spesso frastornata dal susseguirsi di annunci ora di minacciose catastrofi e ora di rassicuranti notizie di inguaribili ottimisti.
Due sono i partiti che sul tema si contendono le prime pagine delle riviste e dei giornali:
Da una parte i catastrofisti, ben rappresentati dall’ala più intransigente del movimento ambientalista e da chi è ostile al progresso tecnologico perché lo considera, comunque, corruttore e infausto: li unisce la convinzione che l’usura e l’inquinamento dei beni naturali comuni (terra, acqua, aria, fauna e flora) provocati dall’incremento delle attività produttive necessarie per sfamare, vestire, far lavorare e distrarre una popolazione mondiale in espansione, stiano creando i presupposti del prossimo suicidio del mondo.
Dall’altra gli assertori dell’assioma, altrettanto irragionevole, che attribuisce allo sviluppo incontrollato della produzione e dei consumi l’intrinseca capacità di risolvere spontaneamente i problemi che esso crea. Di questo campo fanno parte sia gli ottimisti per scelta ideologica sia coloro i quali simulano di esserlo per cinismo funzionale ai propri interessi.
I primi sono fautori di un neo-veteroliberismo, quello del laissez faire, che è il lascito avvelenato regalatoci dall’implosione del sistema economico comunista. I secondi, del tutto indifferenti alle prossime sorti dell’umanità, arrivano addirittura a negare l’esistenza di un serio rischio ecologico per timore di misure restrittive che li priverebbero di facili guadagni, e in qualche caso li porterebbero al fallimento.
Alla base del problema ecologico è la convinzione che oggi siamo troppi, forse sarebbe più giusto dire che troppa gente muore di stenti e anche se la crescita della popolazione è destinata a rallentare rispetto agli elevatissimi tassi dell’ultimo mezzo secolo, quello demografico resta uno dei problemi più urgenti. Entro il 2050 saremo dieci miliardi. Troppi? Se cambieremo modi di produzione e modelli di consumo avremo a disposizione le risorse necessarie per sostentarci. Ma dovremo distribuirle più equamente. Una visione del problema meno drammatica e più serena ci permette di constatare come persone qualificate, pur nella differenza delle opinioni su alcuni punti rilevanti come per es. sull’importanza della “bomba demografica”, si trovino d’accordo su questi punti importanti per affrontare senza isterismi il problema: senza le nuove tecnologie sarebbe impossibile accertare e correggere fenomeni e comportamenti nocivi dell’ambiente; oggi l’ecologia non è più soltanto un freno all’espansione economica, ma ne costituisce essa stessa un fattore vitale e redditizio, con una grande funzione di stimolo alla ricerca più avanzata;
la battaglia per ridurre il degrado senza fermare lo sviluppo e per distribuire più equamente le risorse potrà avere probabilità di successo soltanto attuando una strategia ecologica alla quale non si sottragga nessun paese del mondo. Occorre, cioè, una politica globale condivisa e sostenuta da tutti. Questo è un terreno sul quale o salveremo anche i nipoti degli altri o non riusciremo a salvare neppure i nostri.
Il termine “ecologia” appare per la prima volta, in un testo scientifico, nell’opera di Ernst Haeckel (1834-1919) Morfologia generale degli organismi, del 1866, dove nel capitolo IX del secondo volume, Haeckel, biologo tedesco, divulgatore delle idee di Darwin, fornisce un’articolata definizione: «Per ecologia intendiamo la scienza dei rapporti tra gli organismi e il mondo esterno, nel quale possiamo riconoscere in modo più ampio i fattori della “lotta per l’esistenza”. Questi sono in parte di natura inorganica e sono, lo abbiamo visto, della massima importanza per la forma alla quale gli organismi sono costretti ad adattarsi. Fra le condizioni di esistenza di natura inorganica alle quali ogni organismo deve sottomettersi, rientrano in primo luogo le caratteristiche fisiche e chimiche dell’habitat, il clima (luce, temperatura, umidità ed elettrizzazione dell’atmosfera), i caratteri chimici (alimenti non organici), la qualità dell’acqua, la natura del suolo, ecc. Sotto il nome di condizioni di esistenza comprendiamo l’insieme delle relazioni reciproche tra gli organismi, sia favorevoli che sfavorevoli. Ogni organismo ha, fra gli altri, amici e nemici […] Gli organismi che servono agli altri da nutrimento, o che vivono a loro spese come parassiti, devono essere posti nella categoria delle condizioni di esistenza».
I problemi: Come riuscire a garantire la crescita economica per tutti cercando di frenare la crescita demografica e la crescita dei consumi e dei rifiuti; come riuscire a tutelare, in un mondo dominato da Stati-nazione, i grandi beni comuni (i cosidetti Global commons, gli oceani, l’atmosfera, le grandi foreste ancora sopravissute) e come attivare quindi una sorta di diritto internazionale dell’ambiente; come attivare processi di sviluppo sociale ed economico che non siano basati solo sulla crescita economica, materiale e quantitativa; come garantire a tutti gli esseri umani una vita degna di questo nome e non fatta di stenti, fame, malattie, degrado ambientale e povertà come avviene per più della metà della popolazione mondiale.
Gli esseri umani hanno sempre avuto la capacità di assuefarsi e adattarsi alle trasformazioni della realtà che essi stessi provocano nel tentativo di costruirsi un mondo a “loro misura”. Ma i cambiamenti troppo rapidi e incontrollati possono creare variabili, incompatibili con la salute e il benessere generale del sistema, di fronte alle quali questa straordinaria flessibilità può rivelarsi impotente.
Credo che la crisi ecologica, oggi così acuta, nasca da un disadattamento sistemico, cioè da uno scollamento e opposizione delle componenti del sistema “uomo-nell’ambiente”. Benché legate, le due componenti “uomo” e “ambiente” hanno una certa indipendenza ed è a causa dei gradi di libertà che ne conseguono che si è via via prodotto il disadattamento di cui parlavo. Infatti, pur dipendendo dall’ambiente, l’uomo se ne distacca per la sua capacità unica di creare mondi alternativi, più o meno avulsi da quello naturale e talora opposti a esso. Si può anzi affermare che da sempre l’uomo ricostruisce il mondo. I metodi, i linguaggi e i materiali variano a seconda che la ricostruzione avvenga mediante l’arte, la scienza, la letteratura o la tecnologia, ma il fine è sempre quello: sostituire all’intollerabile complessità del mondo dato l’ordinata e rassicurante semplicità di un mondo artificiale (concettuale o materiale) a misura d’uomo. E’ una necessità di sopravvivenza, che viene perseguita da sempre con l’uso degli strumenti.
Ecco perché la tecnologia è il nostro destino, ecco perché dobbiamo intervenire sulla natura. Per non soccombere costruiamo dei modelli semplificati del mondo: proprio per questo abbiamo creato i miti, le religioni, le saghe, le teorie scientifiche, le poesie e i romanzi. E stiamo ricostruendo, letteralmente, il mondo con la tecnologia. Ma le nostre tecnologie sono per lo più violente: con la stessa aggressività dei cavernicoli mettiamo in gioco strumenti di potenza enorme e di portata planetaria. Inoltre, ai progressi tecnici non ha fatto riscontro un aumento equivalente delle nostre capacità di controllo e di previsione: nel Novecento la scienza è stata superata dalla tecnologia. La risposta: la ricostruzione tecnologica pone il problema della compatibilità tra mondo dato e mondo artificiale, cioè dello sviluppo sostenibile. La conferenza di Rio ufficializza ancor di più lo “sviluppo sostenibile” indicato dal rapporto Brundtland come la strada da perseguire per tutte le società umane affinché si eviti il collasso tra crescita economica e sopravvivenza dei sistemi naturali……Il bioeconomista Herman Daly, raccogliendo l’amplissima riflessione svolta intorno alla sostenibilità negli ultimi anni, ha individuato quattro principi operativi per lo sviluppo sostenibile che sono: il nostro “peso” complessivo sui sistemi naturali deve essere riportato a un livello in cui non superi la capacità di carico della natura;il prelievo di risorse rinnovabili non dovrebbe superare la loro velocità di riproduzione;
lo scarico di emissioni nei sistemi naturali non dovrebbe superare la loro capacità di assorbimento; il prelievo di risorse non rinnovabili dovrebbe essere compensato dalla produzione di una pari quantità di risorse rinnovabili che, a lungo termine, siano in grado di sostituirle.
Al di là del fatto che, allo stato attuale delle nostre conoscenze, abbiamo non poche difficoltà nell’individuare quale sia la capacità di carico dei sistemi naturali rispetto al nostro impatto, è evidente a chiunque, leggendo questi principi operativi della sostenibilità, che non sono applicati in nessun luogo al mondo. Nel tentativo di esercitare saggezza e prudenza nella gestione razionale delle risorse che abbiamo a disposizione per migliorare le nostre condizioni di vita, le tecnologie telematiche appaiono uno strumento indispensabile. Ci aiutano a capire ciò che sta accadendo: permettono una raccolta di dati altrimenti impossibile; consentono di integrare questi dati in modelli esplicativi e predittivi; “smaterializzano” il prodotto interno lordo dei paesi più ricchi rendendo meno pesante sul piano ambientale la loro crescita economica; provocheranno, probabilmente, la diminuzione degli spostamenti, contribuendo a combattere l’inquinamento; aiuteranno la scienza nella ricerca di nuove e alternative fonti di energia. Insomma, la rivoluzione telematica sta mutando anche il rapporto tra l’uomo e l’ambiente, in un fitto intreccio con l’economia e i processi di globalizzazione, sollevando questioni che vanno poste con sempre maggiore forza all’attenzione dell’opinione pubblica e della classe dirigente.
Invitando altri studiosi e intellettuali - a vario titolo esperti di informatica, economia, scienze umane e naturali - a esprimere le proprie riflessioni su questi temi, è emerso un dato comune: il riconoscimento che questo ruolo positivo le nuove tecnologie, se ben indirizzate, lo possano svolgere sul serio. Certo, i pareri sono diversi: c’è chi in esse ha più fiducia, e chi invece solleva il dubbio che, raccolti innumerevoli utilissimi dati, manchino ancora sia la capacità tecnica di elaborarli sia la volontà politica di trarne conseguenze impegnative per l’intera società. In quasi ogni opinione, comunque, si avverte la consapevolezza che il problema riguarda tutti, a qualunque continente o ceto sociale si appartenga, e ancor di più riguarderà le generazioni avvenire. Si fa perciò evidente il riconoscimento della presenza di nuovi vincoli di comunanza, che, per essere gestiti democraticamente, restituiscono un imprevisto spazio alla mediazione della Politica: quando essa, tuttavia, non abbia la presunzione di negare la Storia, cioè i processi evolutivi, nell’illusione di poter trovare conciliazioni definitive e totalizzanti.
Effetto serra e riscaldamento globale del pianeta, rarefazione dello strato d’ozono, desertificazione e deforestazione, rifiuti, inquinamento e piogge acide stanno deteriorando l’ecosistema planetario mettendo probabilmente in pericolo la stessa sopravvivenza della terra così come la conosciamo. Poiché l’insieme di questi fenomeni non interessa solo una parte del pianeta, ma lo coinvolge interamente, questo mette a repentaglio l’insieme dei beni e delle risorse che sono di tutti, come l’aria, l’acqua, il patrimonio di specie vegetali e animali, insomma i cosiddetti global commons, cioè i beni comuni dell’umanità. E’ allora responsabilità di tutti a livello individuale, collettivo e di paesi, fare in modo di preservarli sani e operanti per le generazioni future. La Terra può essere considerata alla stregua di un insieme di strutture e fenomeni interdipendenti che per certi versi la rendono simile a un organismo vivente ove ogni “organo” che si ammala influisce sulla salute degli altri e dell’organismo intero. Le foreste, le riserve mondiali di acqua dolce, il patrimonio genetico globale espresso in termini di bio-diversità, lo stesso clima, sono tutti valori che fanno parte della Terra, da considerare un patrimonio comune: spetta a tutti noi, cittadini del mondo, nei comportamenti di ogni giorno e nelle decisioni di fondo, considerarla davvero tale. E’ un impegno etico, che comporta per ciascuno l’assunzione di una responsabilità, a un tempo globale e intergenerazionale.
A conclusione si può dire che è importante che cresca in noi la consapevolezza che il problema ecologico riguarda tutti, a qualunque continente o ceto sociale si appartenga, e ancor di più riguarderà le generazioni avvenire. Si fa perciò evidente il riconoscimento della presenza di nuovi vincoli di comunanza, che, per essere gestiti democraticamente, restituiscono un imprevisto spazio alla mediazione della Politica: quando essa, tuttavia, non abbia la presunzione di negare la Storia, cioè i processi evolutivi, nell’illusione di poter trovare conciliazioni definitive e totalizzanti.
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Informazioni e tutto i ricchissimo programma su:
www.naturalmentefestival.com